Mercoledì scorso sono uscita dalla mia grotta e sono andata al cinema per vedere Youth - la giovinezza, l'ultimo attesissimo, gonfiatissimo e tutti gli "issimo" del caso, film di Paolo Sorrentino.
Sorrentino è l'autore di - per chi non lo sapesse - La grande bellezza, Le conseguenze dell'amore, This must be the place e tutti gli altri lungometraggi, meno conosciuti, che avete copiato dalla sua filmografia e incollato nelle vostre conversazioni per farvi ganzi con gli amici dopo il successone de La grande bellezza. Come vedete, è passata già una settimana dalla mia scampagnata al Cinema Massimo (se passate da Torino, andateci: la programmazione è tra le migliori in Italia), questo perché ho voluto lasciar sedimentare per bene quel poco che questo film mi ha lasciato. Chi, come me, all'uscita della sala origlia le conversazioni altrui, avrà notato che il pubblico è sostanzialmente diviso in due fazioni: chi vede nel lavoro di Sorrentino una sorta di opera lirica cinematografica e chi invece giudica le immagini sempre più accattivanti del regista uno specchietto per le allodole.
Sorrentino è l'autore di - per chi non lo sapesse - La grande bellezza, Le conseguenze dell'amore, This must be the place e tutti gli altri lungometraggi, meno conosciuti, che avete copiato dalla sua filmografia e incollato nelle vostre conversazioni per farvi ganzi con gli amici dopo il successone de La grande bellezza. Come vedete, è passata già una settimana dalla mia scampagnata al Cinema Massimo (se passate da Torino, andateci: la programmazione è tra le migliori in Italia), questo perché ho voluto lasciar sedimentare per bene quel poco che questo film mi ha lasciato. Chi, come me, all'uscita della sala origlia le conversazioni altrui, avrà notato che il pubblico è sostanzialmente diviso in due fazioni: chi vede nel lavoro di Sorrentino una sorta di opera lirica cinematografica e chi invece giudica le immagini sempre più accattivanti del regista uno specchietto per le allodole.
Inizierei col dire che (quasi) ogni film, fondamentalmente, nasce con delle buone intenzioni. Che sia per divertire, per stuzzicare, per raccontare, per mostrare, per insegnare qualcosa, il lavoro del regista, dello sceneggiatore e degli altri addetti ai lavori va (quasi) sempre rispettato, perché anche il film apparentemente più insignificante nasce dall'impegno di qualcuno, un po' come i miei compiti di matematica del liceo. Abbandonate le vesti di principessa Disney ottimista, mi permetterò di giudicare Youth tenendo conto di diversi aspetti. Svestito di ogni orpello, Youth è sostanzialmente ed innegabilmente un film di narrazione, e un film di narrazione deve avere basi narrative più solide. Se la materia inconsistente de La grande bellezza era giustificata dal fatto che lo stesso mondo preso "di mira" dal regista fosse vuoto, fluido e cedevole, qui, per parlare di senilità, mi sarei aspettata un po' più di profondità. Invece il contenitore formale non ha molto fermento. Sebbene io non possa resistere al fascino delle immagini, concordo con Hitchcock nell'affermare che "il dialogo dovrebbe essere semplicemente un suono fra gli altri". In questo caso, non solo i dialoghi sono un rumore che sovrasta gli altri (persino la colonna sonora), ma sono anche infarciti di massime e citazioni. I due protagonisti sono Fred, un compositore e direttore d' orchestra in pensione, e Mick, un regista impegnato nella stesura del suo film testamento. I due signori sono gli ospiti a cinque stelle di una specie di limbo geografico ed esistenziale dove, tra un massaggio, uno spettacolo circense e una carrellata di quadri viventi, si lotta contro l'invecchiamento e si rimane in sospeso dal flusso continuo della vita.
"Tu hai detto che le emozioni sono sopravvalutate, ma è una vera stronzata. Le emozioni sono tutto ciò che abbiamo"... Ecco, sono proprio l'emozione, l'elemento dionisiaco e la semplicità a scarseggiare; rare volte irrompono come fulmini a ciel sereno, per esempio nella scena del sogno "annacquato" in piazza San Marco, o in quella in cui un bambino si allena al violino con le "canzoni semplici" di Fred, o ancora nella danza della massaggiatrice, simbolo del contatto con la propria parte sensuale. Sorrentino, un quarantenne che troverebbe del bello persino in uno scopino del water, alla sua età sembra trovare rifugio solo nel gusto, nella forma, esattamente come i suoi personaggi. Sarà questo il senso della giovinezza, della vita e della vecchiaia?

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